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Due chiacchiere al Giardino Salvi

Due chiacchiere al Giardino Salvi

“Tu fai buono adunque il detto mio: che e’ sono le cose, e non le lingue, che fanno gli uomini dotti; e se ben elle si significano con le parole, chi intendesse solamente le parole non sarebbe mai però da nulla”.

“Ho capito, signor Valmarana, però io credo che anche la musica possa essere un ottimo strumento per…”

“Dichino a lor modo, ché la verità è questa: ogni cosa, ogni arte e ogni disciplina desidera il bene”.

“E dunque anche la musica, no?”

Leonardo Valmarana scuote il capo, appoggiato al ponticello che permette di oltrepassare la Roggia Seriola, il fiumicello che attraversa il Giardino Salvi.

“Senta, non voglio essere irrispettoso. Sono tornato indietro nel tempo fino al 1592 per cercare di spiegare a lei, che ha plasmato e aperto al pubblico vicentino questo splendido angolo verde, quello che è il nostro progetto”.

“Rendo a Vostra Signoria infinite grazie dell’onore che egli ha da voi ricevuto, il quale degnato vi siete di entrare…”

“Sì, ha ragione, glielo leggo negli occhi. Secondo i suoi canoni sono vestito in modo stravagante, parlo in modo strano, e per fortuna che non tiro fuori lo smartphone perché altrimenti, con una tecnologia che arriverà solo tra 500 anni…”

“Smat…? Perché io l’intenda, che bisogna che ella mi sia detta in greco o in latino?”

“Ha ragione, mi scusi. Inoltre io odio quelli che durante un concerto invece di lasciarsi trasportare dalla musica e godersi lo spettacolo occupano il tempo a fare video e foto…”

A Leonardo Valmarana, nipote di Giacomo e membro di un’importante famiglia aristocratica vicentina, gli occhi escono quasi dalle orbite. Si trova di fronte ad un suo simile, ad un essere umano, ma che per certi versi ha quasi le sembianze di un alieno. Vuoi per quei suoi vestiti, vuoi per il suo linguaggio. Due signore distinte passano al piccolo trotto in sella al loro cavallo, e non riescono a trattenere alcune risate mentre si dirigono verso Campo Marzo.

“Ecco, vede, signor Valmarana, lei ha avuto la splendida idea di aprire questo giardino al pubblico. Ha aperto il cancello da pochi giorni, ma non sa ancora l’importanza di questo suo gesto. Davvero, le faccio i complimenti, a nome dei miei trisavoli ma anche a nome di coloro che popolano Vicenza nel 2018. Certo, lei non lo sa, ma per alcuni secoli poi questo giardino verrà chiuso, ma non è un problema suo. Verrà riaperto nell’800 dalla famiglia Salvi e poi acquistato dal Comune, ma le assicuro che molte cose resteranno tali e quali. Come ad esempio quella loggetta in stile palladiano a cinque intercolumni, che si specchia nell’acqua… Davvero, la dobbiamo ringraziare tutti, anche gli organizzatori del Lumen”.

“Il lume della ragione, lei far perder mi vuole” urla Leonardo Valmarana ormai in preda ad una crisi isterica.

“Si tranquillizzi, davvero. Non voglio né spaventarla, né importunarla. Voglio solo raccontarle che questo diventerà a tutti gli effetti il fulcro di Vicenza per secoli e secoli. E che, nel mese di giugno, per alcuni giorni ospiterà concerti, migliaia di giovani, centinaia di luci, un numero indefinito di amori, ma soprattutto un grande sogno”.

“Voi adunque, il cui fine altra cosa esser non deve che il compiacere agli spettatori…”

“Ma non è solo questo, signor Valmarana. Non è solo compiacere. Lei ha fatto tanto per Vicenza. Non riuscirà mai a rendersi conto della portata del suo lavoro. E non abbiamo l’arroganza di pensare di eguagliare anche un centesimo del suo operato. Ma noi abbiamo un sogno: riempire di luce e di musica questo Giardino. Ma farlo a modo nostro, con un profondo rispetto per il verde, per l’ambiente, per l’armonia che da secoli lo contraddistingue. Il centro di Vicenza, per qualche notte, sarà anche il fulcro musicale di una provincia, irradierà un’enorme varietà di luci che farà impallidire le stelle. Abbiamo un sogno, signor Valmarana, e abbiamo davvero voglia di realizzarlo”.

“Ohimè, che mi dici tu? Io non vorrei però che tu mi conducessi a creder qualcosa, che dicendola, poi, io facessi far beffe di me a le genti…”

“Lei ha ragione signor Valmarana, e non voglio mancarle di rispetto nel dirle che fino al 2018 lei… ecco… non credo che ci possa arrivare sano e salvo.

Dunque non potrà vedere questo spettacolo. Però ci tenevo a dirle, a nome di tutti i vicentini, che saremo noi, a distanza di cinquecento anni, a vedere molte parti di questo giardino esattamente come lei l’aveva pensato, riformato, e poi aperto alla cittadinanza. Vede lì in fondo? Noi posizioneremo la consolle del… Va bene, cercando di essere più comprensibile: lì ci sarà una parte dello spettacolo. Poi lì in fondo, invece, ci sarà lo spazio dedicato ai gruppi musicali. Ma non solo: ci sarà uno spazio per mangiare, per rilassarsi, per innamorarsi, per chiudere gli occhi e per sognare. Sa, prima di tornare alla mia epoca visto che il tempo concesso per questo strano viaggio sta per terminare, avrei due desideri da svelarle…”

“E che vuoi tu esprimere?”

“Il primo è che mi piacerebbe che lei ci rubasse quest’idea. Ovviamente adattata alla sua epoca. Immagino opere classiche, i violini, l’orchestra, e migliaia di vicentini che, a cavallo o a passeggio, si fermano inebriati e si lasciano trasportare da quest’atmosfera magica… Ci permetterebbe di dire che quella del 2018 sarà la 426esima edizione del Lumen… Vuole mettere la soddisfazione? Va bene, non faccia quell’espressione, ho capito… Però ci dovevo provare…”

“Orbene, io la devo lasciare…”

“Anch’io devo scappare, però prima un’ultima cosa, il mio ultimo desiderio…”

“Dica, strano individuo…”

“Facciamo un selfie?”

“Un che?”

“Niente, fa lo stesso”.

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